Il 7 febbraio 2020 viene arrestato al Cairo Patrick Zaki, studente egiziano dell’Università di Bologna. 432 giorni dopo è ancora rinchiuso nel carcere di Tora a Sud del Cairo con l'accusa di "incitamento alla protesta" e "istigazione a crimini terroristici". Ha 29 anni e rischia 25 anni di reclusione. Due giorni fa il Senato ha approvato un ordine del giorno per attribuirgli la cittadinanza italiana. Oltre alla cittadinanza il governo italiano si impegna a sollecitare le autorità egiziane per la scarcerazione; a monitorare le udienze e le condizioni del ragazzo con la presenza di diplomatici italiani; ad attivarsi a livello europeo per la tutela dei diritti umani.
Questa vicenda rievoca un altro doloroso capitolo, peraltro non concluso, nelle vicende con l’Egitto; tra il gennaio e il febbraio del 2016 venne torturato e ucciso – per mano dei servizi segreti egiziani - un altro studente, il ricercatore italiano Giulio Regeni che si trovava al Cairo per una tesi di dottorato sulle attività sindacali dei venditori ambulanti egiziani. Le vicende di questi due ragazzi rappresentano un tassello di quel variegato mosaico che è l’Egitto, la cui guida dal 2013 è nelle mani del Generale Abdel Fattah al-Sisi; militare che non ha mai combattuto un giorno, ex sostenitore dei Fratelli musulmani diventato in seguito il loro peggior nemico; sedicente alleato dell’Occidente ma disposto ad insabbiare gli omicidi di occidentali. Tante contraddizioni che sembrano caratterizzare anche il Paese che guida.
I numeri sono allarmanti: l’Egitto è il terzo paese al mondo per numero di giornalisti incarcerati; sono sessantamila i detenuti politici; dal 2014 sono scomparsi 1.058, oppositori, e strumenti come la tortura e i rapimenti sono all’ordine del
giorno. La violazione dei diritti umani da parte del governo egiziano viene spesso condannata sul piano morale ma in nome di un realismo lesivo della nostra storia e della nostra sovranità, si sostiene che l’Italia non può e non deve rinunciare ai rapporti strategici con l’Egitto. I motivi sono molteplici: l’Egitto è un Paese arabo moderato (si sottolinea moderato e non democratico ma va riconosciuto un impegno fondamentale nella repressione delle organizzazioni terroristiche ancora molto presenti nel paese); è stato il primo Paese arabo ad aver riconosciuto lo Stato di Israele nel 1979, e assume quindi un ruolo fondamentale nel processo di pace in Medio Oriente.
Fondamentale l’aspetto economico: l’Italia è oggi il primo partner commerciale dell’Egitto fra i paesi europei, e il terzo nel mondo. Dal 2015 ENI gestisce i pozzi dell’enorme giacimento di gas naturale a Zohr. Nel 2019 il primo posto nella classifica per autorizzazioni alla vendita di armi italiane se lo è aggiudicato proprio l’Egitto, con un volume di vendita di 879 milioni di dollari in armamenti. Infine, sul piano geopolitico, al-Sisi, in rapporti eccellenti con gli Stati Uniti, è sicuramente da considerare un alleato. Il nodo da sciogliere è proprio che si dovrebbe smettere di concepire la politica estera e commerciale come entità separate dalla questione del rispetto dei diritti fondamentali. Il “ricatto” economico o geopolitico, con la conseguente paura di ritorsioni, non sussiste perché se è vero che l’Italia ha bisogno dell’Egitto, è pur vero il contrario e si dovrebbe far pesare di più questa posizione. Il problema è pensare che esistano i diritti o gli affari.
Ecco perché la risposta deve essere una politica internazionale che abbia una visione ampia e che non scenda a patti con l’autoritarismo. È una questione che non riguarda solo l’Italia e l’Egitto, e soprattutto non si risolve solo con analisi di opportunità economica. Nel mondo oggi meno del 20% degli abitanti del pianeta vive in Paesi pienamente liberi (Analisi annuale dell’Organizzazione non governativa Freedom House). La pandemia è stata per molti governi autoritari un’opportunità formidabile per restringere lo spazio delle libertà individuali. Inoltre, sistemi non democratici hanno rivendicato successi economici e proposto modelli alternativi, come la Cina che ha mantenuto prestigio a livello internazionale promuovendo il principio della non interferenza tra Stati, pur portando avanti la repressione del dissenso e la persecuzione delle minoranze.
Tutto questo è anche conseguenza del vuoto lasciato dal disimpegno trumpiano degli Stati Uniti e dall’Unione Europea che si è focalizzata solo sulla gestione della pandemia. Siamo di fronte alla battaglia per la democrazia e per i diritti fondamentali, risultato di secoli di storia e di battaglie dolorose. Ecco perché la liberazione di Patrick Zaki e la verità per Giulio Regeni dovrebbe riguardare tutti noi. Ci vuole intransigenza nel richiedere il rispetto dei diritti fondamentali. Il rischio altrimenti è che ci potremmo ritrovare a vivere in un mondo meno libero e sicuramente meno sicuro.


