Ne parliamo oggi che il 25 novembre è già passato, e l'8 marzo é ancora lontano dal venire.
Oggi che le panchine dipinte di rosso, come simbolo contro la violenza sulle donne, hanno già cominciato a scolorirsi nei giardini e nelle bacheche dei social network e le mimose gialle non sono ancora fiorite. Ne parliamo oggi e non a caso, ma per provare a tenere fede a quell'intenzione, sempre ostentata e mai mantenuta, di parlarne tutti i giorni. Non solo il 25 novembre.
Non solo l'8 marzo. Perché le donne vengono ammazzate ogni giorno. Le parole della Ministra per le pari opportunità, Elena Bonetti, ci fanno ben sperare: bisogna mettere in campo un'azione coordinata affinché le donne non siano lasciate sole. Lavorare, quindi sulle "tre P", prevenire, proteggere, perseguire. Bisogna lavorare nelle scuole su un percorso di affettività, rispetto, educazione civica; bisogna mettere in atto percorsi dedicati alle donne nell'ambito dei commissariati di polizia e caserme dei carabinieri, dei tribunali, dei pronto soccorso, per un centro unico che garantisca l'anonimato. La lotta contro la violenza sulle donne deve essere quotidiana, costante, perseverante, efficace.
Lo sanno bene i Centri Anti Violenza che ogni giorno ricevono chiamate, richieste di aiuto, grida di dolore. Ne parliamo oggi per dire che i simboli sono importanti. Va bene la panchina dipinta di rosso, il baffo rosso sul viso, i flash mob con le scarpe rosse. I simboli sono importanti, sì, ma non sono sufficienti. Poi ci
ORA O MAI PIU’
Prima o poi riusciremo a sconfiggere il corona virus, seppur pagando un prezzo altissimo. Ma esiste un altro virus che in Italia rischiamo di non sconfiggere mai, neanche quando dovremo affrontare il difficilissimo periodo della “ricostruzione” post-crisi. E’ un virus che assilla il nostro Paese da un tempo ben più lungo del coronavirus, che ci ha paralizzato e ci paralizza, che negli ultimi 18 anni ha fatto “crescere” il PIL del Paese dello 0,2 l’anno: il dato peggiore tra tutti i paesi industrializzati.
Un virus che tiene in vita centinaia di piccoli e grandi poteri paralizzanti e che può rendere sterile qualsiasi tentativo di ripartire dopo questa pandemia. E’ il virus della burocrazia e dell’ipertrofia legislativa, che è persino riuscito ad infiltrarsi nelle procedure d’urgenza di questi giorni. Una malattia che va affrontata ora e per la quale occorre individuare in tempi rapidi un “vaccino” che ci renda immuni. La nostra burocrazia è un luogo dove si resta fermi contemplando il banale interrogativo del “si può fare o non si può fare?” .
Dopo quasi tre mesi di chiusura, iniziano a riaprire i siti culturali del nostro Paese.
Il 18 maggio, infatti, è la data scelta per la riapertura di musei, gallerie, parchi archeologici e biblioteche, anche se tutto ciò sta avvenendo comprensibilmente in modo graduale e scaglionato per ragioni economiche, tecniche e organizzative.
Sicuramente quello della cultura è, e sarà, in questo periodo il settore più penalizzato e la sua fruizione passa per ora attraverso una serie di regole restrittive che tendono a favorire il distanziamento fisico.
Ingressi contingentati, limitazione dell'uso dei contanti, mascherina obbligatoria per tutti, dispenser di gel igienizzanti disseminati ovunque, disincentivazione all'uso di audio guide, di touch screen e della biglietteria per evitare file e affollamenti, predisposizione ove si
Se è vero che la politica internazionale ha le sue regole, la recente telefonata tra il Presidente americano Trump e il Capo di Stato cinese Xi Jinping – durante la quale è stata ribadita la necessità di cooperare insieme nella lotta al coronavirus- non deve dare l’illusione che le ostilità tra i due Paesi si siano sopite.
È vero il contrario; i prossimi mesi saranno caratterizzati da una forte competizione. Questo perché mentre la Cina si appresta ad uscire dall’emergenza sanitaria, gli Stati Uniti sono nel bel mezzo della tempesta: il 27 marzo hanno superato l’Italia e la Cina per numero di persone infette da covid-19,
Ogni crisi impone la necessità di un cambiamento e la capacità di dare risposte. Finita l’emergenza sanitaria, tutti noi saremo chiamati a fronteggiare una profonda crisi economica, che necessita di risposte efficaci e adeguate.
In una recente intervista rilasciata al FT, Mario Draghi ha dichiarato che “Bisogna agire con sufficiente forza e velocità per evitare che la recessione si trasformi in una depressione prolungata, resa più profonda da una pletora di valori predefiniti che lasciano danni irreversibili”. Draghi non usa mezzi termini: si deve agire subito per sostenere il settore privato e per farlo bisogna utilizzare la spesa pubblica finanziata con il debito pubblico.
L’aumento del debito pubblico, quindi, per evitare il collasso economico. Le banche dovranno essere messe in condizione di concedere prestiti a tasso zero alle società disposte a salvare i posti di lavoro.
Il nostro Paese e il mondo intero sono stati investiti da una crisi sanitaria che ha costretto tutti noi a fermarci.
Questa costrizione fisica non deve rischiare di degenerare in costrizione mentale, motivo per cui questi giorni possono rappresentare un momento di riflessione, un modo per ragionare sulle conseguenze prodotte da certe decisioni, un’opportunità per ripensare ai nostri modelli comportamentali.
È evidente che gli strumenti adottati per far fronte a questa emergenza non investono solo la sfera sanitaria ma hanno anche conseguenze a livello economico, sociale e di politica internazionale. Per i professionisti di questo settore, le relazioni istituzionali – che sono prima di tutto relazioni sociali e che nella loro accezione più profonda sono vissute come scambio e condivisione di idee e progetti –restano il fulcro centrale per progettare il futuro.