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Venerdì, 09 Aprile 2021 13:41

Draghi in Libia: quale ruolo per l’Italia?

Martedì 6 aprile il Primo Ministro italiano Mario Draghi  si è recato a Tripoli per la sua prima visita di Stato all’estero.  

La visita del Premier arriva in un momento di estrema fragilità ma anche di grandi speranze per il nuovo governo di transizione guidato dal premier libico Abdul Hamid Dbeibah, governo che dovrebbe portare le diverse anime libiche a nuove elezioni presidenziali e legislative il 24 dicembre 2021. Il nuovo governo libico, lo ricordiamo, si insedia dopo 10 anni di conflitto – dalla caduta di Gheddafi nel 2011 – durante i quali il Paese non è mai riuscito a realizzare una vera transizione democratica. Il Premier italiano ha ribadito durante la conferenza stampa congiunta che: “Il momento è unico per ricostruire quella che è stata un’antica amicizia”.

Ci sono quindi le basi per una partnership che guarda al futuro ma che ha solide radici nel passato dei due Paesi.

I nodi da sciogliere sono diversi: il consolidamento politico ed istituzionale; la presenza di attori stranieri che ha avuto un ruolo determinante durante la guerra civile; l’approvvigionamento energetico e la distribuzione dei suoi proventi; la sfida dell’immigrazione; il rilancio dell’economia. Un programma ampio ed ambizioso. La presenza delle potenze straniere nello scacchiere libico, in particolar modo di Russia e Turchia, si è verificato in seguito all’appoggio alle due amministrazioni rivali, quella di Tobruk – guidata da Aguila Saleh - e quella del GNA , il Governo di Unità nazionale, con a capo Al- Sarraj.

A livello militare le milizie legate al GNA si sono fronteggiate con le milizie del generale libico Haftar (Esercito nazionale libico). Mentre il GNA

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Mercoledì, 25 Novembre 2020 12:40

Il NEMICO NON E’ ALLE PORTE

 

Il progetto europeo, da sempre oggetto di attacchi esterni, rischia una delegittimazione interna sul terreno di un principio fondamentale delle democrazie occidentali: lo stato di diritto. È un capitolo nevralgico quello che ci ha offerto l’Europa in questi giorni, con il veto di Ungheria e Polonia al prossimo bilancio europeo e al conseguente accesso ai fondi del Next Generation Eu (o Recovery Fund).

 

I due Paesi vogliono imporre che non si subordini l’erogazione dei fondi al rispetto dello stato di diritto. Potrebbe sembrare surreale ad un cittadino italiano, francese o tedesco perché questo principio è consolidato. Ma in questi giorni abbiamo avuto la rappresentazione plastica di come per alcuni Paesi un principio di tale portata non solo non è scontato ma viene persino rifiutato.

L’Ungheria e la Polonia con il loro veto stanno facendo pesare la loro posizione perché la decisione deve essere presa all’unanimità. Le diplomazie europee si stanno già muovendo per adottare un compromesso che non faccia apparire nessuna delle due parti in una posizione di arretramento rispetto a quella iniziale. Attendendo l’esito di questo ennesimo braccio di ferro in seno all’Unione, che segue quello poco edificante avvenuto tra Paesi rigoristi e mediterranei per il Recovery Fund, sarebbe necessaria una riflessione che vada oltre gli aspetti economici e che molti analisti hanno sottolineato in questi

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Sono state settimane convulse; i sondaggisti hanno prima annunciato una vittoria schiacciante dei democratici, poi il timore della sconfitta è montato ed infine si è arrivati al lento recupero. Biden, il Presidente della riunificazione, come è già stato definito, non irrompe nelle scene con una forza travolgente come aveva fatto l’outsider Obama nel 2009; non lo può fare un uomo che tra qualche giorno compirà 78 anni ed è stato eletto per la prima volta a soli 30 anni come Senatore.

Uomo dell’establishment, profondo conoscitore dei meccanismi amministrativi e politici che governano il sistema politico americano, incarna sicuramente quella perseveranza e quella tenacia che unita alla sua grande fede – è il secondo Presidente cattolico dopo J.F Kennedy- lo rendono persona credibile nel volere ricucire le contrapposizioni che il suo predecessore ha esasperato. “L ‘oppositore non deve essere un nemico, siamo tutti americani”, pronuncia nel suo primo discorso alla nazione come Presidente.

Queste parole, in questo momento storico, non fanno parte di quell’armamentario retorico a cui l’America ci ha abituato; è innegabile infatti che l’ondata blu è venuta meno e le profonde fratture che caratterizzano la società americana sono molto forti e sempre più evidenti. Non si deve dimenticare che Trump rispetto al 2016

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Mercoledì, 23 Settembre 2020 10:44

CHOBANI, LO YOGURT COME METAFORA DEL NUOVO MONDO

La pandemia ha rappresentato una grande sfida per tutti. Fermarci in ogni settore, come totalità del Pianeta, ha costretto ognuno di noi a guardarci dentro e ci ha invitato a non considerare la pausa forzata come tempo perso, ma come tempo di qualità per cambiare. Come il latte che, involontariamente, migliaia di anni fa, entra in contatto con dei microrganismi e fermentando, casualmente si scopre lo yogurt, ora diffuso e apprezzato per le sue caratteristiche benefiche.

Sembra una metafora. Il latte è il mondo che conoscevamo fino a gennaio 2020. I microrganismi sono la pandemia. Lo yogurt è il nuovo mondo, nato dalla fermentazione, dal ripensamento di un sistema che forse ora non è più sostenibile. Questa è la storia che può insegnarci Hamdi Ulukaya, CEO della Chobani, azienda leader negli Stati Uniti nella produzione di yogurt. Hamdi Ulukaya è un immigrato, figlio di umili pastori curdi, cresciuto nel piccolo caseificio di famiglia nelle montagne della Turchia orientale e trasferitosi negli Stati Uniti nel 1994. Qui studia l'inglese, frequentata corsi di business all'Università di Albany e per mantenersi lavora come dipendente in una fattoria.

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"Non abbiamo poco tempo,ma ne abbiamo perduto molto. Abbastanza lunga è la vita e data con larghezza per la realizzazione delle cose più grandi,se fosse tutta messa a frutto", Seneca, da "La brevità della vita".

Giulia Maria Crespi è scomparsa,all'età di 97 anni, lo scorso 19 Luglio.

Dalla vita ha ricevuto molto e ,in un tragico ruolo delle parti, la vita le ha sottratto affetti importanti. Ha sempre dichiarato: "Chi ha avuto molto,deve dare molto."

Le qualifiche professionali, alle volte, possono risultare fuorvianti. Giulia Crespi è stata un'imprenditrice, un'editrice e tra i fondatori, nel 1975, del Fondo Ambiente Italiano (Fai) Erede unica di una dinastia di imprenditori tessili, i Crespi d' Adda.

Una famiglia lombarda che, agli inizi del Novecento, possedeva la maggioranza delle quote azionarie del "Corriere della Sera". E, tra il 1962 e il 1974, in anni non facili per la vita politica e sociale del Paese,Giulia Maria Crespi, quarantenne, ha gestito il più importante quotidiano nazionale. Sotto la sua amministrazione, sulle pagine del "Corriere della Sera",ha trovato spazio Pier Paolo Pasolini (con i suoi " scritti corsari"), così come Antonio Cederna ha divulgato il credo ambientalista.

L'editrice, da una posizione di forza, ha sfidato il potere. Amici e detrattori l'hanno definita: "zarina", "testarda", "riluttante ai compromessi","autoritaria", "battagliera","scorbutica","sognatrice" e "romantica". Il giornalista Ferruccio de Bortoli ha ricordato così Giulia Crespi:"Ho visto ministri, banchieri, industriali di fama abilmente messi sull' attenti da una donna minuta, gracile, ma innervata da una volontà di ferro." È certo che Giulia Maria Crespi si è formata sotto le ali

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A Ottobre 2018 una tempesta di pioggia e vento si abbatte sulle Dolomiti devastando intere foreste. I comuni colpiti sono 494, in quattro regioni diverse, Lombardia, Veneto, Friuli e Trentino Alto Adige.

Un disastro ambientale di vastissimi proporzioni. L'hanno chiamata tempesta Vaia. La stima degli alberi abbattuti si aggira intorno ai 42 milioni, fra questi anche alberi di larice e abete rosso, il cui legno era usato per la costruzione dei violini Stradivari, famosi in tutto il mondo.

La corsa contro il tempo per recuperare il pregiatissimo legno che, se lasciato a terra per un periodo troppo lungo sarebbe infestato da parassiti, funghi e muffe e reso quindi inutilizzabile, ha visto nascere diversi progetti.

Uno di questi scaturisce da un ricordo di infanzia: un nonno che regala al nipotino un piccolo amplificatore costruito col legno del luogo.

Quel bambino ora è un giovane trentino che non si rassegna alla distruzione dei boschi. Si chiama Fe­de­ri­co Ste­fa­ni e insieme a due amici, Pao­lo Mi­lan, conosciuto al­l’U­ni­ver­si­tà di Fer­ra­ra, e il ca­ta­ne­se Giuseppe Ad­da­mo, incontrato al Fe­sti­val di Im­pre­sa di Vi­cen­za, ha dato vita alla start up "Vaia Cube".

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Mercoledì, 03 Giugno 2020 16:23

UN VACCINO PER COMBATTERE LA BUROCRAZIA

ORA O MAI PIU’

Prima o poi riusciremo a sconfiggere il corona virus, seppur pagando un prezzo altissimo. Ma esiste un altro virus che in Italia rischiamo di non sconfiggere mai, neanche quando dovremo affrontare il difficilissimo periodo della “ricostruzione” post-crisi. E’ un virus che assilla il nostro Paese da un tempo ben più lungo del coronavirus, che ci ha paralizzato e ci paralizza, che negli ultimi 18 anni ha fatto “crescere” il PIL del Paese dello 0,2 l’anno: il dato peggiore tra tutti i paesi industrializzati.

Un virus che tiene in vita centinaia di piccoli e grandi poteri paralizzanti e che può rendere sterile qualsiasi tentativo di ripartire dopo questa pandemia. E’ il virus della burocrazia e dell’ipertrofia legislativa, che è persino riuscito ad infiltrarsi nelle procedure d’urgenza di questi giorni. Una malattia che va affrontata ora e per la quale occorre individuare in tempi rapidi un “vaccino” che ci renda immuni. La nostra burocrazia è un luogo dove si resta fermi contemplando il banale interrogativo del “si può fare o non si può fare?” .

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Di Fabrizio Andreoli

Nei mesi del Coronavirus si parla e si scrive in merito alla vita quotidiana - individuale, collettiva - che non sarà più come prima.
E si discute come se l'epidemia si fosse manifestata in una età dell'oro, un'età in cui non vi erano ingiustizie, povertà, malattie, terremoti e guerre.
I conflitti armati non risentono della presenza dell' epidemia: Libia, Siria, Yemen.
In queste aree del mondo - e ve ne sono molte altre - non è consentito alle donne e agli uomini di ragionare riguardo alla vita quotidiana prima e dopo il Coronavirus. Le guerre non si fermano. Persone uccise, edifici rasi al suolo, siti ambientali e patrimoni artistici distrutti.

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l Cairo è considerata una delle capitali più congestionate del mondo.

Il boom demografico ha portato la popolazione della città dai 2,5 milioni di persone presenti nel 1950 a circa 20 milioni di persone attuali.

Sarebbe questo uno dei motivi che hanno indotto il governo alla costruzione di una nuova "capitale finanziaria", una smart city nata a 40 km dal Cairo, all'insegna della tecnologia e dell'innovazione. La costruzione dell'imponente insediamento è partita nel 2015 su progetto dello studio di architettura americano Skidmore Owings e Merrill (SOM) e dovrebbe essere completata verso la metà di questo decennio.

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In questo periodo in cui il Covid19 ha monopolizzato ogni forma di informazione e comunicazione, alcuni giornali e notiziari hanno segnalato che in diverse aree del globo i valori di inquinamento ed emissioni (tecnicamente GHG – greenhouse gas emissions al 75/80% ossido di carbonio) hanno, per la prima volta dalla crisi finanziaria del 2009, registrato sensibili riduzioni. Le severe restrizioni alle attività industriali, a viaggi e spostamenti sono la principale causa; non dobbiamo altresì sottovalutare l’andamento delle quotazioni del petrolio sui mercati internazionali.

Esperti ed analisti di mercato si interrogano, esprimono opinioni, redigono studi e report:

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