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KAFKA, IL CORONAVIRUS E L’ARCHITETTURA. Nel paese del “combinato disposto”.

  • Francesco Orofino, Segretario generale In/Arch
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  • Read 176 times Last modified on Lunedì, 30 Marzo 2020 11:53

 

Prima o poi riusciremo a sconfiggere il corona virus, seppur pagando un prezzo altissimo. Lo confermano gli uomini di scienza, anche se non riusciamo ancora a stabilire un tempo certo per la soluzione della crisi sanitaria ma esiste un altro virus che in Italia rischiamo di non sconfiggere mai, neanche quando dovremo affrontare il difficilissimo periodo della “ricostruzione” post-crisi.

È un virus che assilla il nostro Paese da un tempo ben più lungo del coronavirus.

 

Un virus che ci ha paralizzato e ci paralizza, che negli ultimi 18 anni ha fatto “crescere” il PIL del Paese dello 0,2 l’anno: il dato peggiore tra tutti i paesi industrializzati.

Un virus che tiene in vita centinaia di piccoli e grandi poteri paralizzanti.

Un virus che può rendere sterile qualsiasi tentativo di ripartire dopo questa pandemia.

Un virus, infine, che imprigiona e può continuare ad imprigionare la possibilità di produrre architettura e trasformazioni fisiche di qualità dei nostri territori e dei nostri ambienti di vita.

È il virus della burocrazia e dell’ipertrofia legislativa che gode ancora di ottima salute riuscendo persino a infiltrarsi nelle procedure d’urgenza di questi giorni.

Una malattia che va affrontata ora, senza perder altro tempo se non vogliamo spegnere sul nascere ogni possibile reazione alla catastrofe che stiamo vivendo.

Più della quantità di risorse economiche da reperire.

Più dei 25, anzi no 50, meglio 100 o 200 miliardi da iniettare nell’economia italiana, serve pensare rapidamente ad una riforma epocale nel Paese del “combinato disposto”, dove ogni singola materia, a partire da quelle che regolano l’industria delle costruzioni nel suo complesso, è regolata da decine di leggi, decreti attuativi, circolari esplicative, incroci normativi, rimandi, autorità, veti e via discorrendo.

Scrive Franz Kafka ne “il Processo”: “Davanti alla Legge c'è un guardiano. Da questo guardiano arriva un uomo di campagna e chiede che lo si lasci entrare nella Legge. Ma il guardiano dice che al momento non può concedergli di entrare. L'uomo riflette e poi chiede se allora potrà entrare più tardi. "Può darsi - dice il guardiano - ma adesso no". Poiché la porta della Legge è, come sempre, aperta e il guardiano si fa da parte, l'uomo si china per guardare attraverso la porta nell'interno...»

La storia, o meglio, la cronaca dell’economia, dello sviluppo industriale, del welfare, della giustizia e, per tornare all’ambito che più conosco, dell’Architettura italiana di questi anni è la storia di un Paese immobilizzato in un luogo di transito.

Nessuno sembra più conoscere la formula magica per poterne uscire, per andare oltre. 

La nostra burocrazia è un luogo dove si resta fermi contemplando il banale interrogativo del “si può fare o non si può fare?”.

Un luogo presidiato dai tanti guardiani delle nostre tecnocrazie, pronti a bloccare l’Italia nei labirinti dei forse, dei “si ma bisogna tener presente che “, del rimando ad un’altra autorità, ad altri soggetti che devono esprimere il loro parere.

Un luogo dove persino i decreti emanati per fronteggiare l’emergenza pandemica hanno bisogno – come ha notato Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera - di 123 mila parole.

La nostra crescita economica, sociale e culturale è rimasta ferma sulla soglia della legge e della burocrazia. Una sosta che si paga concretamente in termini di lavoro, di crescita sociale, di lotta alle povertà.

Commentando il capolavoro di Kafka Hannah Arendt nel suo libro “Il futuro alle spalle” osserva “…(Kafka) sapeva bene che se uno s'impigliava nella rete dell'apparato burocratico non aveva più scampo. Il dominio della burocrazia aveva come conseguenza che l'interpretazione della legge degenerasse in uno strumento d'arbitrio, mentre un assurdo automatismo nei gradi inferiori dei funzionari suppliva alla cronica inettitudine degli interpreti della legge, un automatismo cui venivano praticamente demandate tutte le vere decisioni».

Abbiamo attraversato anni in cui le normative sono proliferate oltre ogni immaginazione.

Ci siamo illusi di normare tutto per scoprire che ci eravamo imprigionati nella palude dell’incertezza interpretativa, la sola capace di alimentare il potere d’arbitrio di decine di funzionari.

Potrei fare centinaia di esempi di questa realtà applicati al mondo dell’architettura “quotidiana”: quella fatta da pratiche infinite per piccoli permessi di costruire, per limitati tentativi di trasformare le nostre case, i nostri uffici, le nostre città, i nostri spazi.

Basta leggere la “modulistica” relativa ad una delle tante pratiche autorizzative che invadono le notti di insonni di progettisti, committenti e industriali del mondo delle costruzioni.

Una parete rocciosa formata dall’accumulo di sedimenti normativi; una montagna di dichiarazioni, asseverazioni, infarcita di decine di rimandi a norme nazionali, regionali, comunali, condominiali: risparmio energetico, inquinamento acustico, materiali di risulta, qualità ambientale dei terreni, vincoli storici, vincoli ambientali, vincoli idrogeologici e idraulici, vincoli ecologici.

E poi c’è la componente tempo, considerata dall’amministrazione pubblica una variabile del tutto trascurabile: 227 giorni è la media nazionale per un permesso di costruire.

Sono convinto che le regole siano necessarie.

Ma occorre essere sinceri: oramai abbiamo capito che tutto ciò non serve a garantire ed a tutelare i cittadini e l’ambiente: il sistema è diventato completamente e sadicamente autoreferenziale.

Scomodando e parafrasando una citazione evangelica: il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato (vangelo di Marco).

La burocrazia farisaica è diventato un fine e non un mezzo.

Non abbiamo molto tempo.

Se vogliamo rimettere in piedi l’Italia dopo la tragedia che ci ha colpiti dobbiamo rapidamente, ognuno nel suo ambito, pensare ad un radicale cambiamento del nostro apparato burocratico.

Se non ora quando.

Eliminare regole inutili e quindi dannose, semplificare, dare certezze normative sarebbe compito della politica. Ma non possiamo più aspettare.

Istituzioni culturali, associazioni di categoria, sindacati, ordini professionali, mondo universitario affrontino insieme questa battaglia.

Comincino a lavorare concretamente ad una riscrittura del Testo unico per l’Edilizia, del Codice degli Appalti, della Legge Urbanistica, del Codice dei beni culturali e del paesaggio, dell’apparato vincolistico, delle procedure autorizzative.

Sentiamo ripetere in questi giorni che nulla sarà come prima.

Non lasciamo che resti immutata l’elefantiasi burocratica.

Una recente ricerca Ambrosetti Club ha dimostrato che la gestione del rapporto con le pubbliche amministrazioni costa alle imprese italiane 57,2 miliardi e che se allineassimo l'efficienza della nostra burocrazia a quella media di Francia, Spagna, Germania e Gran Bretagna, in 5 anni si genererebbero 146 miliardi di Pil in più, pari al 9,1% del prodotto nazionale. Non sarebbe giunto il momento di liberare queste risorse?

È una vera sfida che abbiamo davanti.

È indispensabile vincerla se non vogliamo che il combinato disposto della crisi pandemica e della burocrazia italiana affossi definitivamente il nostro bel Paese.

 

Francesco Orofino

Segretario generale In/Arch

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